Euro degli squilibri
Nell’Eurozona, squilibri economici si sommano a squilibri politici. I primi alimentano i secondi, e i secondi a loro volta rafforzano i primi. Perciò il declassamento della Francia da parte di Standard & Poor’s, comunicato ieri mattina, avrà un impatto anche al di là dei confini francesi. E non soltanto perché la bocciatura sarà seguita, secondo gli analisti di Barclays, dal declassamento dell’Efsf – European financial stability facility, il vecchio Fondo salva stati utilizzato per sostenere Grecia, Irlanda e Portogallo – e da una possibile messa in discussione degli altri strumenti europei (incluso il nuovo Fondo salva stati, l’Esm) faticosamente messi assieme per rassicurare i mercati sulla solidità dell’euro.
7 AGO 20

Nell’Eurozona, squilibri economici si sommano a squilibri politici. I primi alimentano i secondi, e i secondi a loro volta rafforzano i primi. Perciò il declassamento della Francia da parte di Standard & Poor’s, comunicato ieri mattina, avrà un impatto anche al di là dei confini francesi. E non soltanto perché la bocciatura sarà seguita, secondo gli analisti di Barclays, dal declassamento dell’Efsf – European financial stability facility, il vecchio Fondo salva stati utilizzato per sostenere Grecia, Irlanda e Portogallo – e da una possibile messa in discussione degli altri strumenti europei (incluso il nuovo Fondo salva stati, l’Esm) faticosamente messi assieme per rassicurare i mercati sulla solidità dell’euro. Piuttosto pesa la conferma della crescente esclusività del club “Tripla A”: nell’area euro, i paesi con debito considerato ultra sicuro sono soltanto Germania, Olanda, Finlandia e Lussemburgo. Il che indebolisce ulteriormente l’ipotesi di un bilanciamento “mediterraneo” rispetto alle spinte “nordiche” sull’austerity o alle frenate sempre nordiche su una maggiore integrazione. Eppure il momento sarebbe topico, considerata la ripresa più lenta del previsto per l’economia e il materializzarsi dello spettro deflazionistico.
Mario Draghi poi, il presidente della Banca centrale europea (Bce), due giorni fa non ha esitato a imporre la sua linea a quella dei custodi dell’ortodossia monetaria rigidamente intesa, come dimostra il taglio dei tassi deciso a maggioranza, a meno di 10 giorni dalla pubblicazione dei dati su una rapida discesa del livello dei prezzi. E’ proprio grazie alla “prova d’indipendenza” fornita da Draghi due giorni fa, come l’hanno ribattezzata alcuni analisti, che ieri i mercati non hanno sofferto troppo alla notizia del declassamento di Parigi (che per mano di S&P’s l’anno scorso aveva già perso la tripla A). Secondo il ragionamento degli operatori sintetizzato da Jacques Cailloux, capo economista di Nomura in Europa, la Banca centrale con le sue scelte “sta sostenendo anche la Francia”, è pronta cioè a parare il colpo della speculazione. La Bce poi, aprendo ufficialmente le ostilità contro la disinflazione in corso, si è dimostrata consapevole del fatto che l’abbassamento generalizzato dei prezzi renderebbe ancora più difficile rimborsare i debiti per gli stati che attraversano fasi di aggiustamento (i prezzi in salita, invece, abbassano il valore reale dei debiti da rimborsare). La stampa tedesca dev’essersene accorta. Ieri la progressista Süddeutsche Zeitung titolava così la notizia del taglio dei tassi allo 0,25 per cento: “Risparmiatori espropriati e azionisti ricchi”; il quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung usava la formula “colpo di mano di Draghi”, una risposta alle “aperte richieste risuonate da Roma e Parigi”.
Il mestiere di banchiere centrale, però, non è per persone facilmente impressionabili. Così ieri il Financial Times aggiungeva pure che “la Bce ha posto se stessa su una traiettoria di scontro con Berlino sul futuro dell’Unione bancaria, sostenendo in un parere legale che una nuova autorità per i salvataggi bancari dovrebbe essere centralizzata e coprire tutte le banche dell’area euro”. Dalla chiusura alla ricapitalizzazione degli istituti di credito, l’Eurotower non gradisce le soluzioni “nazionali” più care a Berlino.
Draghi comunque rivendica la sua autonomia da tutto e tutti, non aspira all’etichetta di “banchiere del Mediterraneo”, continua a indicare la Germania come “paese modello” dove le riforme strutturali hanno funzionato. Il problema, piuttosto, è che gli stessi leader del Club Med – pur nobilitati con la sigla “Fis”, cioè Francia, Italia e Spagna, nelle riflessioni dell’ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi e dagli analisti d’accordo con lui – difficilmente sapranno infilarsi nei pertugi aperti dalla politica monetaria. Per un Draghi che osa, c’è infatti un François Hollande che nega l’esistenza di problemi di competitività dell’economia francese. “E’ una politica che è stata declassata, non la Francia”, disse Hollande nel 2012, quando Parigi perse la tripla A e al governo c’era l’avversario Nicolas Sarkozy. Se oggi i declassamenti continuano, le possibilità sono due: o quella politica fallimentare non è cambiata, o è davvero la Francia a essere bocciata.
Secondo National Interest, rivista statunitense fondata dal conservatore Irving Kristol, la traiettoria è segnata, ed è quella cui è dedicato il saggio intitolato “Il declino e la caduta della Francia”. Altro che riscossa dei paesi del Mediterraneo: “Ulteriori calamità economiche potrebbero minare la cooperazione franco-tedesca su cui l’Ue si è fondata, costringendo l’Unione a confrontarsi con la dissoluzione o, più probabilmente, con un futuro sempre più tedesco”, ha scritto nell’ultimo numero l’economista Milton Ezrati. Il ministero dell’Economia di Parigi potrà continuare pure a pubblicare i suoi visionari studi su “un bilancio comune per la zona euro”, come ha fatto in questi giorni sul suo sito, ma intanto Angela Merkel, “a differenza dei leader tedeschi del passato”, si sente in diritto di “concedere sempre meno a Parigi”. La sorte di Eurobond o strumenti simili per sostenere i paesi della periferia in caso di choc economici è lì a testimoniarlo. Inoltre, mentre ieri si certificava un calo inatteso della produzione industriale francese (meno 0,5 a settembre rispetto ad agosto), la Germania registrava un surplus commerciale record a settembre (20,4 miliardi di euro, mai così in alto dal 2008), in barba a chi chiede al paese-locomotiva di ridurre i suoi squilibri e di aiutare la periferia rafforzando la domanda interna. Squilibri economici e squilibri politici resteranno intrecciati a lungo. E Ezrati, su National Interest, cita proprio l’immobilismo riformatore di Francia, Italia e Spagna (i celebrati “Fis”) come la causa dell’inesorabile “power balance shift” verso la Germania.